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 Attualita  Terra promessa, il sogno argentino a Buenos Aires
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Terra promessa, il sogno argentino a Buenos Aires
Successo di critica e di pubblico per Terra promessa- il sogno argentino - scritto dalla giornalista Paola Cecchini ed edito dalla Regione Marche- al centro di importanti iniziative culturali a Buenos Aires: è stato presentato il 27 aprile presso la XXXIV Feria Internacional del Libro (una delle manifestazioni culturali più importanti dell’America Latina.); il 28 nell’ambito del convegno-studio organizzato per specialisti nazionali ed internazionali dall’Ambasciata italiana, dal Consolato d’Italia- e dal Centro de Estudios Migratorios Latino-Americanos (C.E.M.L.A.), ed il 29 successivo presso l’Istituto Italiano di Cultura. Patrocinato dal Ministero degli Italiani nel Mondo, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (oltre che dall’Ambasciata d’Italia a Buenos Aires e dalla Embajada de la República Argentina en Italia) il libro racconta in 1100 pagine, 670 note, 106 foto d’epoca, 3 diari inediti, 68 testimonianze, 28 tabelle statistiche, 23 atti normativi la storia degli italiani (e marchigiani) in Argentina. e viceversa, dato che una parte significativa è dedicata all’immigrazione. Il pubblico si è spesso emozionato ascoltando le decine di storie di vita che la giornalista ha raccontato: la traversata oltreoceano veniva designata dai primi emigranti (come ricordano i pronipoti) col termine lu passàgghju (il passaggio), termine che suona sinistro perché indica nel parlare allusivo anche il trapasso dell’uomo da questo all’altro mondo. Sappiamo anche come erano vestiti a bordo: indossavano quelli che erano chiamati li pagni de lu passagghiu (gli indumenti della traversata), i più vecchi che avevano nel guardaroba e che poco prima dello sbarco venivano gettati nelle acque del porto e sostituiti con li pagni voni (gli indumenti nuovi); in tale circostanza si tagliavano anche capelli, baffi, barba e unghie, tutte cose che per superstizione avevano lasciato crescere durante il viaggio. Arrivavano spaesatissimi nell’immenso porto di Buenos Aires (addirittura più grande di quello di Genova, come è riportato nelle lettere) con in mano lu spapiè rrusciu (il passaporto rosso), valido tre anni che li bollava spesso come analfabeti. Giordano Buresta, ingegnere fanese di Merlo (Gran Buenos Aires) espatriato con la famiglia negli anni Cinquanta, rivive nell’intervista rilasciata, lo stato d’animo dell’arrivo condensandolo in queste eloquenti parole: Un mare di gente e noi senza salvagente. Per gran parte agricoltori, nella pampa i marchigiani sono stati anche autori di un primato, o più precisamente di una scoperta rivoluzionaria, conosciuta a livello internazionale col nome di semina diretta, e cioè la semina del campo non arato, che permette il riposo e la salvaguardia del suolo che rischia spesso la desertificazione. Nella provincia di Mendoza, poi, sono stati i primi a praticare l’olivicoltura e gli unici ad ideare un museo dedicato al vino, tuttora unico in Argentina ed in tutto il continente sudamericano. Alcune storie hanno destato un impatto emotivo molto forte tra il pubblico presente, come quella di chi è stato costretto ad atti di cannibalismo durante la seconda guerra mondiale; di chi è stato deportato in Siberia, di chi ha incontrato il fratello dopo 70 anni., oltre a quelle dei desaparecidos quali Norberto Morresi, Nadia Doria ed i fratelli Viñas Gigli, nipoti del pittore recanatese Lorenzo Gigli- Anche se il libro è incentrato sulla gente comune che l’autrice ha seguito in tutte le fasi della loro esperienza, capitoli specifici sono dedicati a politici, intellettuali ed aristocratici; questi ultimi- espatriati dalle Marche a seguito del crollo delle rendite agrarie o per gravi problemi giudiziari- erano riuniti in vari club a Buenos Aires per tentare l’explotation di affari di ogni sorta, senza aver denaro e capacità imprenditoriali per poterli neppure iniziare. Conosciamo le loro avventure attraverso le lettere del marchese jesino Adriano Colocci, già direttore del Corriere Adriatico. Un capitolo specifico è dedicato ad artisti e celebrità, tra cui l’architetto ascolano Francesco Tamburini (progettista del teatro Colón e della ristrutturazione della Casa Rosada a Buenos Aires); il pittore montecassianese Giuseppe Cingolani (già restauratore degli affreschi della Cappella Sistina del Vaticano, e fondatore a Santa Fe dell’Ateneo di Arti e Scienze), il giornalista Comunardo Braccialarghe (che con il nome di Folco Testena ha pubblicato 50 tra romanzi e saggi, oltre alla traduzione in italiano de El gaucho Martín Fierro di José Hernandez); .il calciatore senigalliese Renato Cesarini, diventato immortale dopo il goal segnato il 13 dicembre 1931, durante la partita contro l’Ungheria che permise la vittoria della Nazionale proprio al novantesimo minuto (la cosiddetta zona Cesarini). In tempi più recenti, è il caso di ricordare tra gli argentini famosi di origine marchigiana, la tennista mondiale Gabriela Sabatini, il calciatore iuventino Mauro Gérman Camoranesi, e Emanuel Ginobili, campione del N.B.E.(National Basketball Association). Per quanto attiene alla sezione dedicata all’immigrazione, una testimonianza, forse più delle altre, ha permesso ai presenti di capire tante cose sui nostri amici venuti da lontano. E’ quella di Patricia Monica Vena, biochimica rosarina, venuta col marito in Italia dopo la grave crisi politica del 2000. Il senso di estraneità che sottintende il dramma dell’immigrazione “(che tocca tutti gli aspetti della vita, dalle abitudini alimentari al modo di rapportarsi con gli altri”) è vissuto dagli argentini residenti nelle Marche anche nei confronti del paesaggio rurale ed urbano. Pur considerando il primo “attraente, pieno di ritmo e color”i, continuano a sentire più naturali le infinite pianure del loro Paese, i lunghi chilometri desolati delle pampas, “quella sensazione della vista che si perde lontano, senza sbattere contro nessuna collina”; mentre- a proposito del secondo- notano che qualsiasi paese o città d’Italia è caratterizzato da strade strette e fiancheggiate di case a due o tre piani dove a volte, sembra che neanche il vento osi entrare. “Sembrano piuttosto il rifugio che gli uomini costruiscono per proteggersi dalla natura e da altri uomini, per avvicinarsi gli uni agli altri e mantenersi uniti e quindi più forti, così diversi dai quartieri di Rosario, dove è impressionante la quantità di cielo che si vede”. Patricia crede che tanti problemi sorgano per gli immigrati perché la società italiana: non è abituata ad accogliere altre culture; è una società che é stata storicamente emigrante nel mondo e perciò non é equipaggiata neanche a livello legislativo per incorporare persone che vengono da altre realtà. .Ci sono diversi tipi di sottosviluppo e se quello argentino è di tipo economico, quello italiano è di tipo culturale: “Abbiamo trovato che in molti aspetti la nostra mentalità è più aperta, più capace di evoluzione rispetto a quella che riscontro nella società italiana; come se il peso della storia che porta sulle sue spalle la costringa a camminare piano, perché strada facendo, non cada qualche tradizione di troppo. Fu precisamente questa caratteristica che sin dall’inizio creò in noi la sensazione di trovarci in una strana dimensione nella quale il passato e il futuro coesistevano confondendosi... e confondendoci. Sì, perché conferivamo a persone che avevano accesso a certi livelli tecnologici e persino scientifici, livelli corrispondenti di preparazione, informazione e cultura che non sempre possedevano” .Nel faccia a faccia con la nostra struttura sociale ed economica di primo mondo (con tutti i suoi progressi tecnologici, scientifici ed economici), Patricia ha scoperto che gli argentini sono dotati di caratteristiche che in Italia si sono perse: “Noi conserviamo intatto il nostro senso di auto-conservazione, perché la nostra realtà politica, sociale ed economico lo esige. Non si tratta soltanto di scappare ai pericoli fisici, ma anche di una capacità molto sviluppata di rovesciare circostanze avverse e trarne qualche profitto. Questo significa non perdersi in un bicchiere d’acqua; questo significa anche non aver bisogno di un’enorme quantità di attrezzi indispensabili per la vita moderna, senza i quali le società ultra sviluppate sarebbero perse”. “Credo che tutti noi, argentini -italiani, italiani-argentini, o comunque ci chiamiamo-continua- quel che vorremmo è poterci portare l’Argentina in Italia, cioè la nostra gente, le nostre abitudini, i nostri sabato sera e i nostri asado della domenica, in questa terra che ci piace, in questo sistema socio-politico- economico che ci permette di vivere e crescere come persone, senza i sobbalzi e le angosce che erano parte della nostra vita in Argentina”. .Il lavoro della Cecchini- arrivato secondo al Premio Internazionale Emigrazione dello scorso anno, e recensito da gran parte dei giornali italiani nel mondo e da numerosi periodici argentini.- è interamente scaricabile dal sito www.consiglio.marche.it o richiesto a presidente@consiglio.marche.it.


Autore: Paola Cecchini

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