La violenza psicologica sui bambini nelle adozioni internazionali
Nella nostra società la consuetudine molto spesso diventa
statuto, ci sono affermazioni che, per i fatto stesso di essere
ripetute di continuo, acquisiscono poco alla volta il volto di
verità assoluta. Pensiamo così a quante volte abbiamo sentito affermare che « l'adozione è la soluzione migliore per i
bambini abbandonati » e come questa affermazione sia seguita dalla considerazione che esistono milioni di bambini
abbandonati in Sud America, e che è dunque necessario incoraggiare i programmi per l'adozione internazionale. Sono
proprio queste le principali argomentazioni di tutti coloro
che che auspicano non soltanto una soluzione che favorisca
l'adozione dei bambini del Terzo Mondo da parte di europei
e nordamericani, ma anche di tutti coloro che vorrebbero che
l'adozione venisse inscritta nei programmi nazionali di protezione dell'infanzia.
La stragrande maggioranza dei milioni di bambini poveri
dell'America latina che vivono nelle strade o negli istituti per
l'infanzia, non sono abbandonati. Questi bambini, come le
loro famiglie, sono vittime della grave situazione economica
in cui vive questo continente. Non si tratta di bambini rifiutati dalle famiglie, ma piuttosto di una pressione esercitata
da un modello di sviluppo perverso, che nega a larghe fasce
della nostra popolazione la possibilità di soddisfare anche i
bisogni più elementari. Quello che spinge migliaia di ragazzini per le strade alla ricerca di un lavoro è il peggiore dei mali
sociali: la fame. Quindi affidare i propri figli ad un istituto
non vuoi dire che essi intendono abbandonarli, costituisce
piuttosto un modo per assicurare loro una qualche forma di
assistenza in mancanza di altri mezzi. Quando uno Stato punisce i genitori in maniera sistematica, negando loro la patria
potestà per favorire l'adozione, quello stesso Stato che ha fallito non avendo saputo dare ai genitori la possibilità di provvedere adeguatamente ai loro figli, commette la più grave
forma di ingiustizia: ruba i bambini ai legittimi genitori.
Garantire una vita vera ad un bambino non significa toglierlo ai genitori, portarlo fuori dalla propria realtà, inserir
lo in un ambiente non suo, ma dargli la possibilità di vivere
una vita in una società in cui vi sia una più equa distribuzione delle risorse, un accesso universale all'istruzione e alla salute, alla creazione di programmi di assistenza all'infanzia e a
interventi mirati che aiutino le famiglie più disagiate.
Spesso però ci si dimentica che l'adozione è una misura
giuridica e di protezione sociale, che si può applicare in numero assai ridotto di casi individuali, cioè quando il bambino è stato definitivamente abbandonato e quando l'incapacità assoluta dei genitori, e dei parenti più prossimi, a mantenerlo sia stata ampiamente dimostrata e documentata. Quando esistono tutte queste situazioni è compito dello Stato
provvedere a trovare una famiglia al bambino. Ma purtroppo
la domanda supera ampiamente l'offerta e allora si finisce col
cercare dei bambini suscettibili di soddisfare i bisogni delle
coppie desiderose di adottarne uno o più di uno. In questa
disperata ricerca di trovare bambini da far adottare, si ali
mentano le pressioni che tendono a favorire la rottura tra il
bambino povero e la sua famiglia. Queste pressioni si esercitano in primo luogo sulla famiglia di origine del bambino, al
la quale si prospettano futuri in ambienti paradisiaci per i loro figli, e alla fine i genitori sono disposti a rinunciare al loro
bambino per garantirgli un futuro migliore. Ma la sua adozione da parte di una famiglia che sicuramente gli vorrà bene
e cercherà di proteggerlo dalle discriminazioni esterne, non
vuoi dire che egli sarà stato sicuramente adottato dalla società in cui è andato a vivere. Quali problemi avrà un giovane di
colore, o un ragazzo dai tratti somatici indigeni o meticci,
nella formazione della sua identità, nelle relazioni con i suoi
coetanei, e nel suo processo di integrazione alla vita quoti
diana del suo paese adottivo? Come sempre i bambini e i
giovani non hanno la parola in una società dove le decisioni
vengono tutte dal mondo degli adulti, dove i grandi si taccia
no di dover decidere sempre loro in prima persona perché a
loro non è dato di sbagliare, o se lo fanno, non devono certa
mente dar conto del loro operato ai minori. Come reagirà il
bambino straniero adottato in un altro paese al fatto che per
lui è stata presa la decisione di cambiargli il nome, la nazionalità, le origini senza avere il minimo dubbio, senza considerare il suo parere?
Ancora una volta, a pagare le conseguenze in un mondo
fatto di soprusi e violenze fìsiche e psichiche sono i bambini,
i minori in genere ai quali viene levata la possibilità di parla
re per sé stessi, viene levata loro la possibilità di dimostrare e
manifestare i propri pensieri e i propri sentimenti.
Autore: staff articoli gratis .comFonte dell'articolo
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