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 Umorismo  Il cabaret milanese compie venti anni Zelig uno stile di vita
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Il cabaret milanese compie venti anni Zelig uno stile di vitaddddddd


http://www.articoligratis.com/ Era il 12 maggio 1986: la stella del Derby era appena tramontata, lasciando il mondo del cabaret milanese privo di punti di riferimento. Dal numero 140 di viale Monza si diffonde improvvisamente un tenue lume che nel giro di pochi anni si trasformerà nell’astro di Zelig. Comici dispersi accorrono al richiamo della triade formata da capitan Giancarlo Bozzo e dalla coppia Gino&Michele. Fra i tanti, si distinguono Paolo Rossi, Claudio Bisio, Bebo Storti, Silvio Orlando, Gianni Palladino, Renato Sarti, Antonio Catania e Gigio Alberti. L’obiettivo non è solo raccogliere l’eredità del Derby: c’è voglia di costruire qualcosa di nuovo. Come racconta Michele, «ci riunivamo soprattutto perché stavamo bene insieme». E infatti all'inizio Zelig non era un luogo di lavoro, ma di ritrovo: quasi tutti hanno una seconda occupazione, anche perché «dal punto di vista economico, per diversi anni si è trattato di un’attività in perdita». La platea è infatti ridottissima, 80 posti, e l’introito non può essere granché. Ma l’entusiasmo del pubblico è trascinante. La svolta avviene in occasione dei dieci anni del locale: vengono invitati anche alcuni amici famosi come Aldo, Giovanni e Giacomo, Paolo Rossi, Lella Costa, Ligabue, Elio e le Storie tese. Si registra un video della lunga serata, ma solo con intenti autocelebrativi: non vi è alcuna idea di messa in onda. Sarà la tv, poco più tardi, a bussare alla porta di Zelig, complice anche una certa familiarità raggiunta ormai da Gino con il mezzo televisivo. La messa in onda in seconda serata su Italia 1 dà risultati molto incoraggianti: adesso Zelig può contare su un pubblico a sei zeri. Il cambiamento è potenzialmente rivoluzionario: il pericolo di snaturarsi è dietro l'angolo. «La tv può condizionare, non c’è dubbio, – dice Michele – e noi abbiamo avvertito il problema. Siamo passati da un pubblico teatrale, che ci permetteva di sperimentare, a una platea immensa e generalista. Un conto è scrivere un saggio per studenti, un altro cimentarsi con un best seller: bisogna utilizzare linguaggi relativamente diversi. Noi ci siamo riusciti, e senza tradire lo spirito delle origini. Credo che il segreto sia stato quello di proporre contenuti che potessero essere capiti da tutti, riuscendo però a ritagliarci uno spazio per divertirci tra noi con cose non banali. La nostra è stata la ricerca di un inedito mix di leggerezza e difficoltà». Il successo di pubblico è travolgente, tanto da spingere Mediaset a proporre la collocazione in prima serata e sulla rete ammiraglia, che nell’ultima edizione arriva a riscuotere il gradimento di oltre dieci milioni di spettatori. Si tratta di una seconda rivoluzione, per alcuni versi più pericolosa della prima. Comporta l’abbandono del vecchio locale e lo spostamento dello spettacolo sotto il tendone di Sesto San Giovanni. Adesso gli attori si trovano di fronte a cori da stadio. Eppure, nonostante il nuovo vibrante apparato scenico, quelli di Zelig danno tutta l’impressione di essere rimasti quelli di sempre. Non cavalcano il fenomeno mediatico. «La cosa fondamentale – continua Michele –, è che artisti e produzione condividono lo stesso modo di concepire lo spettacolo, che deve necessariamente essere live, a presa diretta. Noi non proponiamo un’iperrealtà da Grande Fratello, dove si finge di ricostruire il reale. Il nostro è teatro, una cosa convenzionalmente finta, una rappresentazione della realtà dichiaratamente recitativa. Non ci muoviamo in funzione della telecamera, interagiamo col pubblico in sala: l’attore si mette continuamente in gioco su assi di legno che ospitano uno spettacolo dichiarato, e in forma comica cerca di raccontare la vita con una sorta di omaggio alla tradizione popolare». Il motto “squadra che vince non si cambia”, trova clamorosa smentita nel caso di Zelig: nel corso degli anni c’è stato un notevole ricambio di comici, eppure l’ossatura dello spettacolo non ne è stata intaccata. «Il nocciolo duro del gruppo ha una visione della vita totalmente affine – osserva Michele –, ed anche i nuovi arrivati in genere finiscono per condividere presto lo stesso feeling. Per questo il ricambio non crea problemi. Alla fine, penso che i personaggi del mondo della tv si suddividano in due gruppi: quelli con cui per nessun motivo usciresti a mangiare una pizza, che sono la maggioranza, e quelli con non smetteresti mai di chiaccherare, perché sono esattamente gli stessi davanti e dietro al palcoscenico». È il caso di quelli di Zelig, «che sono così come li vedi anche nella vita privata». E Bisio ne è l’emblema. «Lo conosco da 30 anni e non è cambiato di una virgola. In questo senso, forse è lui il nostro vero elemento insostituibile. Credo che alla fine Zelig sia uno stile di vita, qualcosa che fa parte integrante della tua personalità. Probabilmente noi non sapremmo fare altra tv che questa». La libertà contenutistica di cui Zelig ha fin qui potuto godere è stata pressoché assoluta. Oggi come oggi, però, alcuni esprimono timori di possibili condizionamenti. Michele, dal canto suo, non condivide queste preoccupazioni: «Abbiamo tutti intelligenza e cultura per saper leggere la realtà anche in termini politici, e con molta attenzione. La stessa intelligenza la pretendiamo da Mediaset. Fino adesso ci siamo capiti, e Mediaset ci ha lasciato sufficiente spazio di movimento. Credo sarà così anche in futuro. Da parte nostra, rispetteremo le leggi, ma questo non credo voglia dire che Cornacchione e il suo “povero Silvio” debbano essere sacrificati. Mediaset ha sempre saputo che molti di noi non condividono le idee del presidente del Consiglio, ma finora si è fidata della nostra professionalità». Intanto si profila all’orizzonte uno stop di un anno, ma, precisa Michele, «in realtà si tratta di uno slittamento al periodo autunnale dello spettacolo in prima serata. Quello in seconda, manterrà la sua regolarità». L’occasione fornirà anche il pretesto per cambiare qualcosa: è ormai certo l’abbandono del tendone di Sesto San Giovanni. D’altronde, dopo dieci anni in tv, è comprensibile la necessità di cercare una nuova formula. «Prima che il pubblico si stanchi dello spettacolo, lo interrompiamo noi. E’ una forma di rispetto. A noi il compito di pensare a delle forme di superamento di questa realtà artistica. Bisogna sempre alzarsi con un po’ di appetito da tavola».


Autore: http://www.articoligratis.com/

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