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 Storia  I governi Giolitti: le principali riforme.
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I governi Giolitti: le principali riforme.


Giolitti fu un grande statista liberale che influì notevolmente sulla vita politica italiana del primo quindicennio di questo secolo, al punto che si suole definire comunemente tale periodo F'età giolittiana". Tuttavia bisogna precisare che Giolitti fu Presidente del Consiglio anche in altri due periodi della storia italiana; infatti egli fu presidente del Consiglio negli anni 189293, intervallando i governi Crispi, poi, come detto, è stato capo del governo, salvo brevi interruzioni, tra il 1903 e il 1914 e, infine, lo è stato per l'ultima volta nel 192021, negli anni tumultuosi del primo dopoguerra e delle violenze fasciste. Giolitti rappresentava gli interessi dell'ala più liberale della borghesia italiana, in contrapposizione a Crispi, che invece rappresentava l'ala autoritaria e più decisamente propensa alla repressione anche violenta di ogni sciopero e di ogni moto di piazza. Per Giolitti, invece, il movimento operaio andava inglobato dentro il sistema, convinto che, in questo modo, ne poteva essere spuntata la forza. Giolitti infatti sosteneva la necessità di attenuare le contraddizioni di classe mediante un'accorta politica di concessioni e di compromessi con gli organismi sindacali, che egli riconobbe sul piano istituzionale, e con le aristocrazìe operaie, in modo da poter "conciliare" il proletariato italiano con lo Stato borghese. È chiaro che, se la politica di Giolitti s'impose in Italia nel primo quindicennio di questo secolo, fu anche perché, per il padronato italiano e in particolar modo per le forze più apertamente reazionarie di esso, che avevano trovato in Francesco Crispi la loro più coerente espressione politica, era stato impossibile domare le agitazioni che, nell'ultimo decennio dell'800, avevano caratterizzato la società italiana. Il tentativo di svolta reazionaria, che era stato iniziato da Crispi e che poi il Di Rudim e il Pelloux avevano cercato di portare a compimento con le "leggi liberticide", con lo scioglimento d'autorità delle organizzazioni operaie, con la repressione violenta delle manifestazioni di piazza, era infatti fallito e pertanto si rendeva necessario, per la borghesia, cambiare strategia. Inoltre s'imponeva anche la necessità, per fa vorire ulteriormente lo sviluppo, ancora in ritardo, dell'industria italiana, di allargare il mercato interno, per cui diventava necessario anche favorire una crescita dei redditi allo scopo di stimolare la domanda intema. Conscguentemente Giolito si fece apertamente sostenitore del cosiddetto non intervento dello Stato negli scioperi e nei conflitti di classe: bisognava infatti affidare alla libera dinamica dei rapporti sociali e al libero incontro della domanda e dell'offerta sul mercato l'andamento della società e dell'economia. Pertanto egli dava ordine ai prefetti di non intervenire in modo repressivo nelle agitazioni e nelle manifestazioni, ma inderogabilmente di presidiare in maniera accorta gli edifìci pubblici e comunque di garantire che tutto si svolgesse pacificamente; solo in caso di violenza le forze di polizia avevano ordine d'intervenire. Giolitti non solo legalizzò le organizzazioni sindacali (non dimentichiamo che nel 1906 nacque ufficialmente la CGL, Confederazione Generale del Lavoro, non solo acconsentì che il Partito Socialista svolgesse liberamente la sua attività politica, ma offrì più di una volta l'opportunità ai capi riformisti di quel partito, come Turati e Bissolati, di entrare direttamente nella formazione governativa. Giolitti insomma cercò sempre di accattivarsi il favore dei dirigenti socialisti mediante aiuti alle cooperative ed il varo di alcune leggi che tutelavano, sia pur parzialmente, il lavoro, mediante la legalizzazione del diritto di sciopero e l'allargamento del diritto di voto, mediante l'istituzione di una Cassa per la vecchiaia e 1 ' invalidità dei lavoratori. Quest'ultima fu istituita grazie all'impiego degli utili derivanti dalla monopolizzazione statale delle assicurazioni sulla vita, una riforma ritenuta da Giolitti molto importante. Nella cosiddetta "età giolittiana", insomma, si realizzò una svolta per cui, dopo l'ondata rivoluzionaria dell'ultimo decennio del secolo precedente, si era aperto per l'Italia un periodo di sviluppo della sua economia, nonché di evoluzione del suo quadro politico e delle condizioni sociali. Giolitti, nei governi che presiedette dal 1903 al 1914, promosse una serie di iniziative molto significative, tra cui bisogna ricordare la nazionalizzazione delle ferrovie, che fu una decisione molto importante, presa allo scopo di ammodernare un'infrastnittura fondamentale nello sviluppo economico di un Paese moderno, ed il conseguimento della stabilità monetaria attraverso un quadro normativo che favoriva le iniziative degli imprenditori: a ciò Giolitti giunse anche garantendo, come detto, una certa pace sociale, nonché l'accumulazione del risparmio. In questo modo lo statista riuscì ad ottenere, sulla base di un soddisfacente stato dei conti pubblici, la conversione della rendita nazionale dal 5% al 3,5%, un'operazione che dimostrò l'affidabilità dell'amministrazione Giolitti anche sul piano finanziario. Infine, oltre alla già citata monopolizzazione delle assicurazioni sulla vita, bisogna ricordare, come la logica conclusione di tutto l'operato politico di Giolitti, mirante ad allargare le basi dello Stato, I* introduzione del suffragio universale maschile, norma che, approvata nel 1912, fu attuata per la prima volta nelle elezioni dell'ottobre 1913. Si aveva così una sostanziale democratizzazione dello Stato italiano, che rendeva possibile finalmente il pieno ingresso delle masse popolari italiane nella vita politica dello Stato, ma il risultato di questa inevitabile decisione fu anche il tramonto di quell'epoca che comunque aveva consentito a Giolitti di governare. Non dimentichiamo infatti che Giolitti aveva ereditato e mantenuto la prassi politica del "trasformismo". Egli era riuscito disinvoltamente a destreggiarsi fra i gruppi di notabili: nel Meridione i suoi prefetti miravano, anche con i metodi della corruzione, a procacciare voti per i candidati giolittiani, tant'è vero che il famoso meridionalista Gaetano Salvemini tacciò il Giolitti di "ministro della malavita". Certamente, con questa prassi "trasformistica", Giolitti cercò di esercitare un'azione conciliante anche nei confronti dei cattolici, oltre che dei già ricordati socialisti: proprio in previsione delle elezioni a suffragio universale, Giolitti propose ai cattolici un patto, il cosiddetto patto Gentiloni, con cui i cattolici s'impegnavano a votare quei candidati liberali che, a loro volta, si sarebbero impegnati a opporsi a una legislazione anticlericale. In effetti il Giolitti ricorse all'appoggio dei cattolici in funzione antisocialista, ma proprio il suffragio universale da lui stesso introdotto doveva far tramontare quella stagione politica della storia italiana che si era basata sul protagonismo dei ristretti gruppi di notabilitato politico. Infatti le elezioni a suffragio universale consentirono fin da subito l'ingresso in Parlamento del primo grande partito di massa, il Partito Socialista, che già alle prime elezioni potè portare alla Camera circa cinquanta deputati; ma il suffragio universale preparava anche le condizioni per l'ingresso a breve di un secondo partito di massa, il Partito Popolare, cioè il partito dei cattolici italiani, con cui si registrerà anche il rientro attivo nella politica italiana dei cattolici che erano stati impediti nell'esercizio del voto dal veto dei pontefici. L'ingresso nella vita politica dei partiti di massa sancirà praticamente il tramonto dello Stato liberale di cui il Giolitti forse è stato il più importante alfiere. In politica estera, il Giolitti rinnovò l'adesione dell'Italia alla Triplice Alleanza, ma su base difensiva, cercando con questo anche di accattivarsi le simpatie dei sempre più rumorosi nazionalisti. Allo scopo anche di rinverdire le avventure coloniali, che nel periodo crispino erano state solo fonte di frustrazioni e di delusioni, egli lanciò l'Italia nell'avventura della guerra di Libia. La guerra, che si ebbe nel 1911, portò, con la pace di Losanna firmata l'anno dopo, alla sovranità dell'Italia sulla Libia: certo non c'erano valide ragioni economiche a spingere per questa avventura coloniale e, forse, la spiegazione più ovvia l'ha data lo stesso Giolitti quando disse che, se in Libia non ci fossimo andati noi Italiani, ci sarebbe andata qualche altra potenza che vi avrebbe creato così delle lue basi politiche ed economiche. Se ritorniamo al quadro economico complessivo, dobbiamo quindi ribadire che, nell'epoca giollttiana, l'Italia ha conosciuto una significativa eipansione del reddito nazionale e della produzione Industriale, un'accelerazione dell'industrializzazione, tuttavia localizzata soltanto nell'Italia settentrionale, con uno sviluppo notevole dell'industria idroelettrica allo scopo appunto di garantire il necessario approvvigionamento energetico al complesso induItriale del Nord. Elemento negativo di questo quadro rimaneva lo stato di degrado in cui fu lasciato il Meridione: nulla venne fatto per quanto riguarda il Sud del Paese, anche perché la politica giolittiana continuò sostanzialmente ad essere espressione di quel blocco storico che vedeva solidali la borghesia industriale del Nord C i grandi proprietari terrieri del Sud. La vittima sacrificale di questa politica restò inlomma il Meridione e, in particolar modo, i contadini meridionali che non videro assolutamente cambiare i rapporti di proprietà nelle campagne.


Autore: articoli gratis.com

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