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 Storia  II nazionalismo moderno in Italia
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II nazionalismo moderno in Italia


II nazionalismo moderno in Italia nacque e si sviluppò, come nella maggior parte degli altri Paesi europei, nella seconda metà dell'800. In particolare, nel nostro Paese, trovò una sua ben definita espressione politica nel Crispi e nei governi da lui presieduti che, non a caso, lanciarono l'Italia in una serie di avventure coloniali per altro conclusasi in modo disastroso con la rotta di Adua del 1896 e con l'avvicinamento agli Imperi Centrali ai quali l'Italia era unita dalla Triplice Alleanza. Si trattava di un nazionalismo aggressivo, colonialista ed imperialista, ben diverso dal nazionalismo romantico della prima metà. Un nazionalismo così male inteso diventò un motivo di difesa degli interessi borghesi aspetto ali 'avanzare della democrazia e del parlamentarismo, insomma della ragione nella politica. Non a caso il nazionalismo no-vecentesco fu antidemocratico, antiparlamentare, antisocialista e totalitario, mirando a coinvolgere strumentalmente anche il proletariato nella difesa di interessi che erano essenzialmente della classe borghese. II nazionalismo in Italia, dopo il fallimento delle avventure coloniali crispine, conobbe una breve fase di eclissi per poi rispuntare intomo al 1903-1904 in chiave soprattutto letteraria, con alcune riviste come il Regno e II Leonardo e con l'atteggiamento di alcuni poeti e letterati che si proponevano di risvegliare la borghesia italiana dal suo sopore rassegnato. I nazionalisti videro subito, come bersaglio della loro polemica, il Giolitti dedito al compromesso e al parlamentarismo. In realtà, i nazionalisti rifiutavano la politica giolittiana di mediazione tra le forze sociali, che consideravano un pericoloso cedimento della borghesia all'avanzare del socialismo internazionalista e "negatore della patria". Ricordiamo, come espressioni di questo "nazionalismo letterario", la definizione del Papini del 1904 della guerra come "la grande fucina di fuoco e di sangue che ha fatto i popoli forti" e il primo Manifesto del futurismo italiano, scritto nel 1909 da Filippo Tommaso Maiinetti, in cui la guerra veniva definiita "la sola igiene del mondo". Anche il Pascoli si caratterizzò per una sempre più manifesta simpatia per il nazionalismo, tanto che al primo Congresso nazionalista italiano, che si tenne nel dicembre 1910 a Firenze, inviò un caloroso telegramma in cui invitava a "riconquistare l'Italia all'Italia". Il nazionalismo si diffuse nei primi anni del '900, favorito dalla grande stampa d'informazione che era controllata da ceti imprenditoriali che cominciarono a vedere nell'ideologia nazionale borghese un modo per contrastare l'ascesa del proletariato. Tuttavia bisogna dire che, almeno inizialmente, nel nazionalismo italiano confluirono istanze diverse: accanto ai fautori dell'autoritarismo e del privilegio borghese, c'erano anche gli esponenti repubblicani, gli irredentisti, perfino alcuni esponenti democratici o transfughi dell'estrema sinistra. Tutte queste composite espressioni del nazionalismo trovarono il loro primo momento di confronto nel primo Congresso nazionale tenutosi a Firenze nel dicembre 1910. L'entusiasmo interno a questa iniziativa fu notevole, tanto che manifestarono la loro adesione molte associazioni prestigiose, come la "Dante Alighieri", la "Lega navale" e la "Trento e Trieste". Nel frattempo erano sorti numerosi giornali nazionalisti, ricordiamone alcuni: la Rassegna contemporanea, Italia nostra. II Tricolore, La Nave, Mare nostro. La prora ecc., e, dopo il successo del primo Congresso, nel marzo 1911 fu fondato il più importante di questi periodici, L'Idea Nazionale, che divenne il vero e proprio organo di stampa dell 'A.N.I (Associazione Nazionalisti Italiani), anch'essa costituitasi durante il primo Congresso. Ma l'equivoco accostamento di nazionalismo e patriottismo non sarebbe durato a lungo. Fu proprio un'iniziativa del governo Giolitti a sciogliere l'equivoco, ma purtroppo anche a spingere verso la deriva nazionalista settori sempre più ampi di intellettuali e di opinione pubblica borghese: la guerra di Libia. Infatti l'impresa libica, cominciata nel 1911 e conclu-sasi con la pace di Losanna dell'ottobre 1912, determinò la ripresa del colonialismo italiano con l'estensione della sovranità italiana sulla Libia e fu dettata, più che da ragioni di convenienza economica, da motivi di politica intema, preoccupandosi il Giolitti di controbilanciare sulla destra le sue iniziative progressiste di nazionalizzazione delle ferrovie e delle assicurazioni e di estensione del diritto di voto fino all'istituzione del suffragio universale maschile, che sarà infatti stabilito con una legge del 1912. Giolitti cercava così di guadagnare alla sua politica di mediazione e di compromesso anche i nazionalisti. L'impresa di Libia voleva quindi, nei progetti di Giolitti, aderire all'orientamento, diffuso nell'opinione pubblica borghese italiana, di un'impresa di respiro in ternazionale che desse il senso di una ritrovata grandezza dell'Italia. L'intento di Giolitti però fallì perché i nazionalisti italiani non si lasciarono assolutamente accattivare dalla sua politica di mediazione; anzi l'impresa di Libia rafforzò quel "partito della guerra" che, arroccato su posizioni di sempre più evidente intransigenza, si accanì contro il "giolittismo" e il parlamentarismo. L'impresa di Libia divise i socialisti e arrecò un danno alla politica di compromesso del Giolitti, che puntava proprio sui socialisti di Turati per una sua copertura a sinistra, aprepdo contraddizioni tra i socialisti più moderati (riformisti) e i massimalisti come Mussolini e Nenni, fermamente contrari alla guerra di Libia. Alcuni socialisti moderati come Bonomi e Bis-golati furono invece addirittura favorevoli all'impresa. L'avventura in Africa spostò su posizioni nazionaliste anche i cattolici, che vedevano nell 'impresa di Libia una crociata contro il mondo islamico. Perfino II Pascoli si entusiasmò con il suo discorso La grande proletaria si è mossa. Lo sviluppo del nazionalismo italiano trovò quindi, alla fine dell'opera di governo di Giolitti, nuovo impulso proprio nella guerra di Libia e nell’opposizione al suffragio universale. L'interventismo, che caratterizzò il nazionalisimo italiano nella primavera del 1915, fu la logica conseguenza dello sviluppo del nazionalismo che Giolitti non era riuscito ad ostacolare. Gli scontri di piazza fra nazionalisti, da un lato, e pacifisti e socialisti, dall'altra, in occasione della guerra di Libia, si ripeterono nella primavera del 1915 con la contrapposizione tra interventisti e neutralisti. Ancora una volta il governo, nelle persone di Salandra e di Sennino, scelse di stare dalla parte del nazionalismo che nella prima guerra mondiale intravedeva la possibilità di realizzare il sogno, sempre accarezzato ma mai concretizzato, del grande gesto eroico dell'Italia che, dall'Unità del 1861, la borghesia italiana coltivava. La guerra mondiale purtroppo non diradò i "fervori nazionalisti" che anzi si intensificarono, alimentati dal mito della "vittoria mutilata", cioè della umiliazione dell'Italia ai tavoli della pace. II nazionalismo trovò, nel primo dopoguerra, un suo sfogo nell'impresa di Fiume, con cui, ancora una volta, un intellettuale, quel Gabriele D'Annunzio che già si era distinto nell'interventismo piazzaiolo della primavera del 1915, innescava un movimento politico anti-parlamentare ed anti-democratico, che addirittura comportava una sedizione nell'esercito, con grave rischio per i rapporti intemazionali dell'Italia. Il violento scontro di classe che nel biennio 1919-1920 vide le masse popolari italiane desiderose di fare in Italia come in Russia, diede però muova linfa al nazionalismo, che infatti si alimentò della paura.


Autore: http://www.articoligratis.com/

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